Dalla Scandinavia al Brunello di Montalcino: la storia di Per Landin e della Tenuta Buon Tempo

Dal mondo della finanza al mondo del vino, dalla fredda Scandinavia alle calde colline della Val d’Orcia. È il percorso tracciato da Per Landin, che dopo una vita nel settore del trading e dei servizi finanziari ha deciso di diventare vigneron, prima a Bordeaux, nel 2005, e poi a Montalcino, dieci anni dopo. “Sono sempre stato un appassionato di vino – racconta Landin – a cominciare dall’università, in Svezia, dove creai un wine club con amici. Ho vissuto 11 anni a Singapore e in vacanza ne approfittavo per conoscere aziende australiane e neozelandesi. Nel tempo mi sono creato una cantina privata dove abito, in Svizzera”.

Il passo definitivo nel mondo del vino arriva 15 anni fa. Landin si lascia alle spalle la carriera nel settore finanziario e investe a Bordeaux, a Chateau de Parenchère, 68 ettari di vigneto e 400.000 bottiglie all’anno. Poi, nel 2015, l’acquisizione di Tenuta Oliveto di Aldemaro Machetti, ribattezzata “Tenuta Buon Tempo”, nell’estremo sud del territorio di Montalcino, vicino a Castelnuovo dell’Abate. “I francesi sono campioni del mondo per quanto riguarda il vino bianco – dice Per – ma per me il vino rosso è italiano. È stato sempre il mio sogno produrre in un’area di eccellenza come Montalcino. Un territorio stupendo: quando sono lontano mi manca tantissimo”.

Un sogno diventato realtà, nel segno della tradizione: Alberto Machetti, il figlio del precedente proprietario, è il direttore dell’azienda. Assieme a lui c’è un altro giovane, l’enologo Filippo Bellini. In ambito enologico e agronomico collaborano poi Attilio Pagli e Stefano Bartolomei. Ma anche Per Landin ama metterci del suo. “Non sono un proprietario “dormiente”, passo a Montalcino 40 giorni all’anno, partecipo alla vendemmia e mi occupo personalmente dei blend insieme ad Attilio. Questa settimana faremo il blend del Rosso di Montalcino 2019. Stiamo inoltre passando dal tonneau alle botti grandi. Il Sangiovese è un vitigno delicato, come il Pinot Nero. Ci vuole molta prudenza a farlo invecchiare nel legno”.

Tradizione, sì, ma anche innovazione, per ricercare l’eccellenza. “A Bordeaux – spiega il vigneron svedese – non farò mai vino “top world class”, a Montalcino invece c’è la possibilità di fare un vino stupendo. Ovviamente è un progetto a lungo termine. Stiamo lavorando per ottenere una freschezza nei nostri vini, per anticipare la vendemmia. Due anni fa abbiamo acquisito due ettari sul versante Nord, a Montosoli. È importante avere vigneti in terroir diversi”. Con l’innesto di Montosoli sono 14,5 gli ettari vitati (di cui circa 6 di Brunello) della Tenuta Buon Tempo. Vigneti coltivati secondo i dettami dell’agricoltura biologica ed in conversione dal 2018. “Il Brunello 2021 avrà la certificazione bio”, sottolinea Landin.

Delle 65.000 bottiglie prodotte annualmente, quasi la metà sono di Brunello: oltre all’annata e alla Riserva si produce un cru, il Brunello Oliveto Particella 56 (deriva dal nome del vecchio podere e dalla particella catastale in cui si trova il vigneto più antico), ma l’idea è di abbandonare la Riserva per introdurre un altro cru dell’area di Montosoli. Ci sono poi il Rosso di Montalcino e un Igt Toscana “sperimentale”: si tratta di un vino in anfora, con una macerazione più lunga e senza legno. “Un vino pensato per i più giovani, che chiedono un prodotto naturale, leggero, da vendere nel settore Horeca. La prima annata sul mercato è stata la 2018, per ora siamo sulle 1.500 bottiglie. L’intenzione, se il mercato reagirà bene, è di raddoppiarle”.

Tenuta Buon Tempo esporta il 60% del vino in 8-9 Paesi del mondo, Stati Uniti in primis (25%) ma anche Giappone, Olanda, Lussemburgo, Canada e la Scandinavia, terra natale del suo proprietario anche se non ci vive da 35 anni. “La Svezia è un buon mercato per il Brunello, i Paesi nordici in generale amano vini potenti”. Il futuro, per Per Landin, non può che essere radioso. “Il Brunello è un prodotto sacro in Usa, ma piace tanto anche nel vecchio continente. C’è da lavorare in America Latina (Brasile, Argentina, Messico…), in Cina non abbiamo fatto ancora abbastanza, mentre in Giappone forse c’è meno potenziale perché ha scoperto Montalcino 30 anni fa. Quello che è certo è che il Brunello non dobbiamo mai svenderlo. In tempi di crisi il rischio c’è, ma noi produttori non dobbiamo mai abbassare i prezzi perché risalire è molto difficile. Anche l’aiuto del Consorzio può essere prezioso per tutelare chi è in difficoltà”.